english espanol francais
Sei in: Home arrow Le news arrow Acidi grassi Omega 3 e sindrome X di Reaven (o metabolica) arrow Notizie arrow Ultime 




A.L.B.A. SOSTIENE LA CAMPAGNA
GIU' LE MANI DAI BAMBINI

Sito Ufficiale della Campagna Nazionale Giu Le Mani Dai Bambini

TUTTI |0-9 |A |B |C |D |E |F |G |H |I |J |K |L |M |N |O |P |Q |R |S |T |U |V |W |X |Y |Z

Le news Notizie Ultime

Cerca per tag : SOIA, NUTRIZIONE, PROTEINE, emicrania, mal di testa


Acidi grassi Omega 3 e sindrome X di Reaven (o metabolica) PDF Stampa E-mail
Friday 18 January 2008

Rating 0.0/5 (0 vote)

L’associazione tra acidi grassi omega 3 e benessere dell’organismo è ormai nota a tutti: trasmissioni televisive, articoli giornalistici, spot pubblicitari e la distribuzione sempre maggiore di alimenti naturalmente ricchi o arricchiti in questi acidi grassi hanno contribuito a diffondere la consapevolezza che gli acidi grassi omega 3 “fanno bene”. Tuttavia la conoscenza dei reali effetti benefici e dei meccanismi che li regolano è in generale piuttosto limitata, come dimostrano alcune informazioni non corrette comunemente divulgate.

In realtà questi acidi grassi polinsaturi a lunga catena, componenti delle membrane cellulari di organi e tessuti, sono in grado di modulare, anche a concentrazioni moderate, complessi processi biologici, influenzando la funzionalità di diversi sistemi (cardiovascolare, nervoso, immunitario) e la progressione di alcune delle più significative patologie che colpiscono i sistemi stessi.

L’importanza dei livelli di assunzione dei due principali omega 3, l’acido eicosapentaenoico (EPA) e l’acido docosaesaenoico (DHA) in prevenzione cardiovascolare è ormai riconosciuta dalle Società di cardiologia americane ed europee, che raccomandano in generale il consumo abituale di pesce – l’alimento più ricco di omega 3 – e, in prevenzione secondaria, il consumo di un grammo di omega 3 al giorno (da farmaci o da integratori) per prevenire, nei soggetti ad alto rischio di queste patologie, la morte improvvisa e il reinfarto. Tali indicazioni sono supportate dai risultati di ricerche epidemiologiche (figura 1) e di studi di intervento nutrizionali e clinici condotti negli ultimi decenni.

Figura 1. Schema delle risposte potenziali alla dose e dei tempi necessari per l’alterazione di eventi clinici come effetti fisiologici del consumo alimentare di pesce o di olio di pesce

Da Mozaffarian D, Rimm EB. Fish Intake, Contaminants, and Human Health. Evaluating the Risks and the Benefits. JAMA 2006; 296: 1885-99

Le prime osservazioni su popolazioni di Eschimesi della Groenlandia, nella quale la ridotta incidenza di malattie cardiovascolari si associava a una dieta ricca di pesce, sono state infatti confermate da studi sperimentali che hanno evidenziato la correlazione tra prevenzione cardiovascolare e alti livelli di assunzione di EPA e DHA, dei quali il pesce grasso che vive nei mari freddi è particolarmente ricco.

Il precursore metabolico di EPA e DHA è un acido grasso presente soprattutto nei vegetali, l’acido alfa linolenico o ALA, un componente minore della nostra dieta, che è contenuto a concentrazioni rilevanti nei vegetali a foglia verde, come gli spinaci, ma soprattutto nelle noci e negli oli di colza, di semi di lino e di soia. Come l’omologo della serie omega 6, l’acido linoleico, precursore dell’acido arachidonico, l’ALA è un acido grasso essenziale, ovvero indispensabile per l’organismo, che non è in grado di sintetizzarlo de novo e deve introdurlo necessariamente con la dieta.

Le cellule dei mammiferi tuttavia possiedono il corredo enzimatico necessario per metabolizzare l’ALA e per convertirlo nei prodotti a più lunga catena e a più alto grado di insaturazione, anche se con efficienza variabile. In particolare sembra che l’ALA stesso, nell’uomo, venga convertito a EPA, ma solo in misura minore a DHA. Per questo motivo anche gli omega 3 a lunga catena sono definiti essenziali e dai livelli di assunzione dipendono la composizione delle membrane cellulari nelle quali si esterificano, l’attività degli enzimi a essi associati e la sintesi di composti a elevata attività biologica dei quali sono precursori.

Più recentemente è stato dimostrato che anche i livelli endogeni di questi acidi grassi altamente insaturi, direttamente influenzati dalla composizione lipidica della dieta, sono associati alla riduzione del rischio di sviluppare patologie coronariche, e l’attenzione del mondo scientifico si è focalizzata su tali benefici e sui meccanismo d’azione che li determinano, per i quali, in una recente revisione sistematica sono state disegnate alcune ipotetiche (ma ragionevoli) curve  dose risposta (tabella I).

Tabella I. Effetti degli acidi grassi omega 3 sulle diverse componenti della sindrome metabolica
Insulino resistenza e omeostasi del glucosio (sia EPA che DHA)
↓Riduzione della resistenza all’insulina (muscolo>tessuto adiposo>>fegato)
↓Possibile riduzione della secrezione di insulina
Potenziale prevenzione dello sviluppo di diabete di tipo II
Lipidi e profilo lipoproteico
↓↓Riduzione della trigliceridemia (DHA>EPA)
↑Modesto aumento del colesterolo HDL (solo il DHA)
↑Possibile aumento del colesterolo LDL
↓Riduzione della frazione LDL piccole e dense
Miglioramento del profilo lipoproteico nell’iperlipemia mista (senza e con diabete di tipo 2) (EPA = DHA)
Moderata riduzione della pressione arteriosa (DHA>EPA)
Migliore funzionalità endoteliale (EPA>DHA)
Riduzione dello stato infiammatorio (EPA) e aumento delle difese antiossidanti (EPA = DHA)

Modificata da Carpentier YA, Portois L e Malaisse WJ. n–3 Fatty acids and the metabolic syndrome. Am J Clin Nutr 2006; 83(S6): S1499- S1504

Per esempio l’effetto antiaritmico, il più rilevante e principale responsabile del minore rischio di morte improvvisa, si manifesta con livelli di assunzione relativamente bassi nell’arco di alcune settimane, come l’effetto antitrombotico, che però è meno significativo. La riduzione dei trigliceridi richiede invece dosi più elevate (1,5-2 grammi) per diversi mesi, così come la riduzione della pressione arteriosa. Ricerche sperimentali hanno evidenziato anche la capacità degli omega 3 di ridurre l'infiammazione e migliorare la funzionalità vascolare, mentre studi controllati hanno dimostrato che l'aumento dei livelli di assunzione di questi acidi grassi con la dieta o con integratori alimentari, può migliorare disturbi a carico del metabolismo dell'insulina e prevenire alterazioni dell'omeostasi del glucosio e il conseguente sviluppo di diabete di tipo 2.

Tra gli omega 3, sono quelli di origine marina (EPA e DHA) i più efficaci nella riduzione delle concentrazioni circolanti di trigliceridi, anche se il solo DHA sembrerebbe in grado di aumentare i livelli di colesterolo HDL. Ancora, il DHA sembra essere maggiormente coinvolto nel ridurre la pressione arteriosa e promuovere la vasodilatazione, mentre la riduzione dello stress ossidativo e della produzione di citochine infiammatorie sono stati osservati con entrambi i composti. Queste considerazioni suggeriscono chiaramente come il paziente affetto da sindrome metabolica possa trarre giovamento dalla supplementazione di acidi grassi omega 3. In questi pazienti, inoltre, può essere importante l'effetto ipotrigliceridemizzante post prandiale degli omega 3 stessi, attribuibile alla riduzione della secrezione a livello epatico delle VLDL ricche di trigliceridi, per spiegare il quale sono stati ipotizzati diversi meccanismi.

Un ruolo importante potrebbe essere svolto dalla ridotta disponibilità di acidi grassi necessari per la sintesi lipoproteica, attribuibile all’aumento dei processi di beta ossidazione o al minor rilascio di acidi grassi liberi dal fegato. Tuttavia, sembra che anche la riduzione dell’attività degli enzimi preposti alla sintesi dei trigliceridi e l’aumento della sintesi di fosfolipidi, a scapito di quella dei trigliceridi, possano almeno in parte spiegare la riduzione dei livelli di trigliceridi circolanti con dosaggi di omega 3 equivalenti a circa l’1 per cento delle calorie giornaliere (pari quindi a circa 2 g die). L'azione ipotrigliceridemizzante è tale da compensare il modesto incremento delle LDL, probabilmente dovuto all'aumento dimensionale delle lipoproteine piuttosto che al loro numero, che si osserva nei pazienti supplementati con omega 3.

I benefici degli omega 3 per il paziente con insulino-resistenza o con diabete conclamato sono stati ipotizzati sulla base dei primi studi epidemiologici, che hanno riportato una ridotta prevalenza della malattia tra le popolazioni che consumano grandi quantità di acidi grassi polinsaturi della serie omega 3.

Già negli individui sani l’integrazione della dieta con olio di pesce sembra ridurre la risposta insulinica a un carico di glucosio, e l’arricchimento della dieta con omega 3 comporta una minore ossidazione del glucosio, una maggiore ossidazione lipidica e il deposito di glicogeno, senza alcuna modificazione della risposta glicemica, ma migliorando quindi la sensibilità all’insulina. E’ stato infatti ipotizzato che gli omega 3 del pesce rappresentino uno strumento nutrizionale efficace per prevenire o diminuire l’insulino-resistenza muscolare associata all’obesità, anche se non sembrano influenzare il metabolismo di glucosio e insulina nel diabete di tipo II conclamato.

In ogni caso, studi clinici controllati hanno dimostrato che la cardioprotezione da omega 3 nei diabetici è priva di effetti indesiderati sul controllo della glicemia e sul metabolismo dell'insulina, ed evidenze sperimentali hanno suggerito come l’aumento del consumo di omega 3 associato alla riduzione dell'apporto di grassi saturi riduca il rischio che individui sovrappeso affetti da insulino-resistenza possano diventare diabetici.

Le modificazioni indotte dagli omega 3 sulla distribuzione cellulare degli acidi grassi possono inoltre essere favorevoli per i soggetti con sindrome metabolica, anche riducendo il deposito di grassi a livello del tessuto adiposo e la conseguente lipotossicità. Ancora, nei soggetti sovrappeso, ipertesi, con diagnosi di sindrome metabolica, la riduzione dell’infiammazione, dell'attivazione piastrinica e della pressione arteriosa e il miglioramento della funzionalità endoteliale e delle difese ossidative possono contribuire, insieme alle opportune modificazioni dello stile di vita, alla riduzione del rischio.

Gli omega 3 rappresentano quindi un utile strumento di prevenzione cardiovascolare anche nel paziente con sindrome metabolica. Lo spettro degli effetti dei vari omega 3 (ALA, EPA e DHA), ed in particolare i loro effetti sul profilo lipidico, inducono a sottolineare l’importanza, in questi pazienti, del consumo di EPA e di DHA. Questi acidi grassi possono essere ottenuti, come è noto dal consumo di pesce (tenendo conto, per esempio, che lo sgombro e l’aringa sono più ricchi di DHA, mentre il merluzzo e il salmone contengono più EPA) o utilizzando integratori farmacologici specifici.
 
< Prec.   Pros. >