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Lo sport č un farmaco da assumere con cautela PDF Stampa E-mail
Tuesday 27 November 2007

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I cardiologi sono categorici: lo sport è un trattamento a tutti gli effetti. Una statistica fornisce dati sorprendenti: chi pratica sport, seppur moderatamente, ha un rischio di morire per una cardiopatia inferiore del 30-40%. Non solo: lo sport previene dei fattori di rischio quali il diabete e l’obesità, ma cura anche alcune patologie funzionali.

Uno studio tedesco, presentato durante il congresso dell’European Society of Cardiology 2005, ne offre le prove: nei soggetti coronaropatici, un allenamento sportivo controllato migliora la parete vasale più dei farmaci ipolipemizzanti; lo sport agisce come uno spazzino delle arterie. “Ora sappiamo

bene come ciò avvenga”, ha spiegato il Prof. Rainer Hambrecht, del Centro cardiologico di Leipzig (Germania). “Ancora prima della comparsa di una placca ateromasica nelle arterie, la coronaropatia ha inizio con l’incapacità di dilatarsi da parte dei vasi. Il regolatore dei vasi è l’ossido nitrico, un enzima che in condizioni patologiche viene a mancare. E ora sappiamo che i livelli di questo composto aumentano direttamente con l’attività sportiva”. Occorreva dimostrarlo.

Ma come ogni trattamento farmacologico, anche lo sport va “assunto” sotto controllo specialistico. I primi ad esserne interessati sono i bambini; un’anomalia cardiaca congenita, anche benigna, può essere causa di una morte improvvisa in un giovane sportivo, e tali patologie non vengono sufficientemente rilevate. Un registro italiano, che per 25 anni si è impegnato a studiare il cuore di 34.000 giovani atleti, mostra che è stato impedito di partecipare a competizioni per anomalie cardiache a circa il 2% dei bambini. Una percentuale certamente bassa, ma che a livello di una nazione come l’Italia riguarda circa 120.000 bambini. “L’allenamento particolarmente intenso e lo sport a livelli molto competitivi tra i giovani” ha detto il Prof. Domenico Corrado, eminente cardiologo dello sport dell’Università di Padova, “aumentano di 2,5 volte il rischio di morte improvvisa nei bambini. E in modo particolare nei maschi, in quanto più frequentemente affetti da una cardiopatia congenita”.

Lungi dal voler sconsigliare lo sport ad alto livello ai più giovani, i cardiologi italiani insistono molto sulla sua sicurezza. A partire dai 12 anni, vale a dire quando la competizione si fa dura, gli adolescenti devono sottoporsi a un elettrocardiogramma a 12 derivazioni, da ripetersi successivamente ogni due anni. “Si tratta di un esame con un rapporto qualità-prezzo molto soddisfacente, che potrebbe aver un impatto molto positivo nella pratica competitiva sportiva tra i giovani” ha concluso il prof. Corrado.

In autunno, dopo aver iscritto i propri figli a diverse attività sportive, molti genitori desiderano anch’essi riprendere a fare sport. E fanno bene: “Chi si allena frequentemente ha meno rischi di avere un infarto del miocardio, rispetto ai soggetti relativamente sedentari” ha confermato il Prof. Jean-Paul Schmid, cardiologo di Berna (Svizzera).

Ma attenzione: riprendere a fare jogging o qualsiasi altro sport non è completamente scevro da rischi. “I più a rischio sono gli ex-atleti” ha continuato il Prof. Schmid, “coloro che hanno mantenuto una buona condizione fisica e che non hanno paura di affrontare uno sforzo violento senza allenamento. Una percentuale importante delle morti per infarto interessa questi soggetti, solitamente durante la prima settimana di allenamento”. Ancora una volta non bisogna esitare a consultare un cardiologo, specialmente in caso di precedenti familiari. Andare in bicicletta o con i roller, correre, nuotare o fare canoa: da 3 a 4 volte la settimana per almeno 30 minuti a intensità moderata, pari cioè al 60% delle proprie capacità cardiache. È la parola d’ordine dei più noti cardiologi dello sport europei.

 
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